Pensieri in libertà
(le mie solite sei o sette cartelle)


domenica, 10 maggio 2009
 
Se anche Borromeo (Beatrice) pontifica, siamo a posto - Ormai qualsiasi persona che va in televisione senza ottenere quello che vorrebbe, grida allo scandalo. L'ultima della lista è l'imbronciata "contessina" Beatrice Borromeo. «Puntualizzare su ogni singola cosa che succede» è questo l'assioma della biondina che da alcuni giorni è diventata la paladina della libertà d'espressione.

La Borromeo punta il dito contro Daria Bignardi & C. incapaci di difenderla dalla censura del direttore di Raidue, Antonio Marano, "colpevole" di aver bloccato la messa in onda di una sua intervista in cui la ragazza dal sangue blu parlava (e sparlava) di Silvio Berlusconi.

È vero. Forse invitarla a parlare e farle un certo tipo di domande non è stata la scelta più illuminata dell'ultimo secolo, ma è anche vero che l'altezzosità con cui sua signoria B.B. commenta l'accaduto, è qualcosa di altamente fastidioso. Forse ancor peggio di una eventuale "censura". In un intervista raccolta successivamente, è stupefacente ascoltare l'accanimento - in puro Marco Travaglio e Annozelo style - con cui la biondina si accanisce contro tutto e tutti.

Il primo spunto è Barbara Matera che, se è pur vero che forse non è adatta per una candidatura alle europee, non può neppure essere crocifissa - non ancora, almeno - per il suo passato e le sue amicizie. Che dovremmo dire altrimenti di B.B.?

Modella a 15 anni, fidanzata di imprenditori a 18 e posto fisso in RAI a 20? Lei, discendente della famiglia Borromeo, sorella di Lavinia (moglie di John Elkann), nipote di Marta Marzotto e fidanzata di Pierre Casiraghi, figlio della principessa Carolina di Monaco e di Stefano Casiraghi? Lei che, il 23 dicembre 2007 a Panorama, dichiarava che «con Berlusconi ci andrei volentieri a cena» e che più volte si è fatta fotografare "avvinghiata" a un tal Lele Mora?

La Borromeo, nel suo delirio di onnipotenza, ha anche l'ardire di criticare - come ormai di moda - il famoso pacchetto sicurezza. La signorina in questione, prima di tutto, dovrebbe capire chi è. Si, perché qualche difficoltà deve averla visto che nella stessa intervista citata prima, precisava che non era una giornalista salvo poi affermare - qualche settimana fa a "Gioia" - di essere andata a vivere a Londra per lavoro, cercando di «avere una professionalità che non possa più essere messa in discussione», facendo palesemente riferimento al giornalismo.

Impegnata com'è, sicuramente non può essere sempre "sul pezzo" e a lei che ha iniziato a lavorare a 15 anni come modella guadagnando 300 mila lire per una sfilata, qualcosa è sicuramente sfuggito. Il fatto è, cara Borromeo, che quando si parla bisognerebbe essere, quanto meno, informati sui fatti. Si, perché la Borromeo non ferma le sue raffiche di cipria: «L'assurdità di questo nuovo paccetto sicurezza dove si introduce anche il reato di immigrazione clandestina, che è una totale idiozia» ha affermato la signorina come se l'Italia si stesse macchiando di chissà quale infamia.

Se solo B.B. potesse rimanere meno tempo chinata sui libri - è iscritta a Giurisprudenza alla Bocconi, ma a inizio 2008 aveva dato pochissimi esami e quindi deve essere un po' indietro con il piano di studi, nonostante ancora nell'intervista su "Gioia", affermi di essere in prossimità della laurea - avrebbe avuto tutto il tempo per documentarsi davvero su quanto l'Italia, in questo campo, sia razzista. E si che sarebbe bastato "smanettare" su uno strumento banale come Google, per leggere che nella sua "amata" Inghilterra il reato d'immigrazione clandestina è in vigore dal 1971 e prevede fino a sei mesi di reclusione più ammenda e che la pena si applica a tutti i soggetti sprovvisti di permesso di ingresso o che violino un precedente provvedimento di espulsione.

Stesso reato è in vigore in Germania dal 2004, dove le pene sono ancora più aspre e vanno da uno a tre anni di reclusione. Dal maggio 2008 immigrazione irregolare fa rima con reato anche in Francia e anche qui rischio di galera che va da uno a tre anni. E, tanto per fare un esempio di Stato dove non è sicuramente un Governo di destra a comandare, anche la Spagna non vede di buon occhio i clandestini. Qui non si finisce dietro le sbarre, ma si prende una multa che va da 300 a 6000. Mentre se ci si macchia di un reato grave, allora si scontano tre quarti della pena e poi si viene espulsi definitivamente.

A questo punto, come dare torto al Presidente emerito Francesco Cossiga quando diceva: «Dopo aver visto in Tv con Santoro Beatrice Borromeo, ho deciso di andare a pregare sulla tomba dei suoi due lontani zii cardinali Carlo e Federico perché salvino dalla stupidità incombente la loro lontana nipote. Mi dia retta, signorina, non parli e continui a fare la bella statuina: perché bella lo è e statuina pure...».
thought by guto | 23:52 | commenti
 
Il Paese delle favole, della musica illegale e delle banalità (sabato 9 maggio) - È notizia di qualche ora fa: «Rubano il brano di beneficenza», per Caterina Caselli «Non c'è pietà per nessuno». Il fatto è emerso dopo la pubblicazione di "Domani 21/4/09", la canzone cantata da 56 artisti italiani per raccogliere fondi da destinare ai terremotati d'Abruzzo.

La Federazione contro la pirateria musicale (Fpm) ha rilevato un'ingente diffusione illegale sulle reti di file sharing, in particolare di eMule, del brano. A oggi si parla di due milioni di download che hanno fatto perdere quattro milioni di euro. Dati comunque discutibili per due motivi: il primo perché non è detto che tutti quelli che l'hanno scaricato l'avrebbero poi comprato, il secondo perché su iTunes (e su altri siti che lo vendono) il brano costa 0,99 €. E due milioni moltiplicato per 0,99 fa meno di due milioni. Infine, a voler essere precisini, sul sito Dada c'è pure la promozione "Prova Gratis" e a quel punto si prendono due piccioni con una fava: si scarica il brano gratis e legalmente. Senza, però, donare neppure un centesimo all'Abruzzo. Ma a quel punto, la beneficenza dove va a finire? O anche i gestori di Dada sono da condannare per il "mancato guadagno", cara signora Caselli?

Ogni tanto, quando sento i proclami contro coloro che scaricano la musica illegalmente utilizzando programmi di p2p (assolutamente legali), mi sembra di vivere nel mondo delle favole. Ma davvero, quelli che si lamentano, credono in quello che dicono? Cioè, fatemi capire. Io metto a disposizione di tutti un brano, lo pubblico (o lo faccio pubblicare) su Internet, lo rendo altamente "vulnerabile" e poi mi lamento, ma soprattutto mi stupisco se questo viene "rubato"? Mi pare davvero di essere in un mondo dove la gente o ha le fette di salame sugli occhi, oppure crede di vivere nelle favole. In Italia, si sa, fatta la legge trovato l'inganno. Figurarsi quando la legge non c'è.

Il problema, dal mio punto di vista, non sta in chi prende illegalmente (?) questo file, ma del fatto che in nessuno di noi c'è la sensazione di fare una cosa contro la legge. La sensibilità umana, purtroppo, deve essere "stimolata". Lo sa chiunque viva in maniera disincantata. Se si diffondesse la sensazione di compiere un reato, forse, le cose sarebbero diverse. Sarei davvero curioso di sapere chi, artisti e discografici a parte, considera veramente un reato scaricare una canzone dalla rete. Per tutti, ormai, è "la normalità". Nessuno si sente in colpa. Nessuno ha la sensazione di essere un "ladro". E allora tutti lo fanno. Anche perché, diciamocelo, neppure chi scrive le leggi ha ancora ben capito cosa sia illegale e cosa no. La confusione regna sovrana e, quindi, tutti ne approfittiamo.

L'esempio lampante anche qui su Facebook. La mattina dopo la prima diffusione del brano da parte delle radio, erano molti i profili che - senza fare alcun tipo di reato, intendiamoci - avevano pubblicato il video ufficiale della canzone, con tanto di errore di battitura nei titoli di coda. Possibile che i promotori dell'iniziativa - da qualche parte deve essere arrivato il video che ora sta girardo su youtube e che si trova anche sul canale ufficiale di Jovanotti - non si siano posti il problema? "E se ce lo rubano"? Possibile, poi, che non sappiano quanto sia banale "scaricare" l'audio da youtube? È legale e non serve neppure utilizzare un programma p2p.

In questo caso, per rendere - se non altro - più macchinoso "il furto", sarebbe bastato diffondere un video "sporco", di bassa qualità, "tagliato". Ma, evidentemente, nessuno ci ha pensato, oppure tutti si sono fidati troppo del buon cuore degli italiani.

Ma siccome io sono un po' un rompiscatole, mi pongo anche un'altra domanda. D'accordo, è giusto parlare dei fondi che non arriveranno mai all'Abruzzo - sarebbe anche giusto, ma entreremmo in un altro tipo di polemica, chiederci come hanno fatto gli altri popoli disastrati a rialzarsi senza questo boom di buonismo che, dopo il 6 aprile, sta coinvolgendo tutti -, ma perché nessuno si domanda dove siano le voci di Eros Ramazzotti, Vasco Rossi, Marco Carta e Arisa? I primi due vendono milioni di dischi, gli ultimi due sono i trionfatori dell'ultimo Sanremo. Di tutti e quattro non c'è traccia nel brano "Domani 21/4/09".

Se vogliamo puntare il dito contro chi - in maniera deprecabile, ma pur sempre senza compiere alcun reato e questo va ribadito - scarica un brano destinato alla beneficenza, allora chiediamoci anche perché questi quattro artisti italiani non hanno voluto prestare all'iniziativa la loro voce.
thought by guto | 23:50 | commenti
 
Ode al 5 maggio (2002) (martedì 5 maggio)

Ei fu. Con Peruzzi immobile,
dopo il di Vieri tiro
Stette la curva in festa
fino al secondo giro
Così percossa, attonita
la feccia nerazzurra sta,
dopo che Poborsky
la sfera fece entrar.
Ma un fulmineo strale,
tagliando un silenzio grigio
fece sussultar dentone
quando Di Biagio spinse in rete il pallone.
Vergin di servo encomio,
con coraggioso oltraggio
Di nuovo segna Poborsky
per il gol del pareggio.
Con Simeone e Inzaghi,
il ciccione commosso al sùbito
scioglie allo scudo un cantico
che forse non vincerà.
Muto,
pensando all'ultima giornata di campionato,
a un tricolore ormai juventino
e dall’Inter solo sfiorato,
e sa che ormai una simile stupenda occasione,
mai più capiterà al suo presunto "squadrone".
Lui caduto dal trono
salutò lo scudetto e pianse,
e noi juventini in coro:
"Muori d’invidia! E buone vacanze!"
Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno
la storia è sempre quella:
Noi uno di più, voi uno di meno!
Fu vera disfatta? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al "Massimo" Perdente,
ancora una volta per nulla vincente,
più volte nella polvere,
a un passo dall’altare,
alla Maestà bianconera
si deve solo inchinare!
thought by guto | 23:49 | commenti
 
Tacchetti a spillo (giovedì 22 aprile) - «Mai. Io con un calciatore mai». Tana per Federica Nargi, falsa come Giuda. Eh sì, cara velina mora, ti sei fatta beccare, ma "no panic", se ti va bene ti si allungherà un po' il naso, altrimenti ti si accorceranno un po' le gambe e questo, visto il lavoro che fai, potrebbe essere peggio. Il 24 settembre 2008 sulle pagine di Sorrisi & Canzoni volevi fare l'anticonformista. Volevi sfatare il mito che vede le veline sempre in coppia con i calciatori. Tu no, dicevi. Mai. Paladina della riscossa contro questo luogo comune, storcevi il naso davanti a chi avesse avuto l'ardire di snocciolarti chi, prima di te, non aveva saputo resistere al fascino dei tacchetti.

Tu, dura e pura, lo giuravi davanti a tutti: io con un calciatore mai. Volevi convincere che eri diversa dalle ultime veline, che Elisabetta Canalis non era un esempio da seguire. Che erano passati i tempi di Melissa Satta, Cristina Quaranta, Laura Freddi o Alessia Merz, tutte cadute davanti al fascino dell'uomo in pantaloncini.

Già ti immagino, con la faccia sdegnata, allontanare l'idea che tu, velina del XXI secolo potessi finire nella "trappola" del dio pallone. Guai ai giornalisti che, lesa maestà, avessero ancora l'ardire di porti nuovamente questa domanda. Tu non sei come tutte le altre veline. Tu sei diversa, tu non ti fidanzerai mai con un calciatore e non poserai mai per un calendario senza veli. Ma, si sa, il tempo è galantuomo. E a volte anche un po' infame. Così, quando pensi - o speri - che tutti si siano dimenticati quello che hai detto, eccola lì, abbassare la guardia quel tanto che basta per essere beccata in "fallo".

Pasqua 2009. Click. Chi è quella ragazza procace che si scambia dolci effusioni con Alessandro Matri, attaccante del Cagliari? Proprio con Federica. Poco importa se il calciatore avesse mangiato il panettone avvinghiato a Costanza Caracciolo, la velina bionda, che ricorda vagamente Ilary Blasi e - ma tu guarda il caso - sposata con Francesco Totti, uno dei più grandi calciatori italiani dell'ultimo periodo. E importa ancora meno se Federica, per finire tra le braccia di Matri abbia "mollato" l'ex fidanzato Francesco Botta, uno dei sopravvissuti del Grande fratello. Panettone con la bionda e uovo di cioccolato con la mora. Di certo, Matri non si è fatto mancare nulla.

Fermo restando che ognuno è libero di fare ciò che vuole, un giorno le signorine veline dovranno spiegarci perché, esaurite le lacrimucce da post elezione, non riescano ad astenersi dal fare promesse che non possono mantenere. E si che sarebbe davvero molto facile: basterebbe avere il buon senso di tenere a freno la lingua.
thought by guto | 23:48 | commenti
 
«L'Aquila non è una città di cartone». Solo per il sindaco (giovedì 16 aprile) - «La stragrande maggioranza degli edifici ha tenuto», il sindaco de L'Aquila - Massimo Cialente - ne è convinto. Solo lui, però, che continua ad affermare come la sua città non sia stata distrutta dal terremoto. Una città costruita in modo civile, afferma, anche se guardando le immagini che ormai da giorni ci vengono mostrate in televisione, si fa davvero fatica a crederlo. I dati snocciolati dai media sono spaventosi: metà delle abitazioni rimaste in piedi sono inagibili, un altro 20 per cento tornerà ad esserlo solo dopo importanti interventi, 20mila gli sfollati che - secondo il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso - potrebbero non fare più rientro nelle loro case. Se si conta che gli abitanti della città sono circa 73mila, i conti sono presto fatti.

Eppure, L'Aquila - secondo il suo sindaco - ha retto. «Vogliamo sapere perché in alcuni punti della città si sono verificati crolli e in altre parti non ci sono stati», quello che continua a ripetere Cialente. Una prima risposta, se si vuole banale ma efficace, può ottenerla leggendo alcuni trattati sui terremoti: le scosse non colpiscono in maniera discriminata e le case reagiscono diversamente non solo a seconda di come sono costruite, ma anche in funzione del terreno su cui poggiano. Si arrabbia il sindaco se gli si fa notare che in Italia si sta diffondendo l'idea che L'Aquila fosse «una città di carta velina venuta giù come niente». Di carta velina forse no, ma - di fatto - è venuta giù lo stesso. È innegabile, ma mi raccomando non ditelo a Cialente, lui - che ha avuto l'ufficio distrutto, la casa inagibile, che vive in un camper e ha mandato la famiglia sulla costa - vi guarderà, aggrotterà le ciglia e poi vi stupirà: «Per l'intensità del terremoto, la città ha retto».

Chissà se in quel "la città", il sindaco ha contato - tra gli altri - anche i due edifici simbolo di questo terremoto: la casa dello studente, quella si venuta giù purtroppo non come se fosse stata di carta velina perché almeno la carta velina non fa morti, e l'ospedale dichiarato totalmente inagibile. Forse il primo cittadino de L'Aquila, però, ha ragione visto che l'ospedale, in realtà, sembra non esistesse. Non sarebbe presente sulle mappe catastali e, in qual caso, per lo Stato - dunque - non ci sarebbe mai stato. Poco importa se quella costruzione, in caso di calamità, dovesse diventare - come è successo almeno all'inizio - il punto di riferimento per l'emergenza, poco importa se non avesse il certificato di agibilità, poco importa se sia stato inaugurato ben cinque volte (una per ogni lotto) e che - nelle giornate di sole - producesse ombra sul terreno. E lo spettro dell'abusivismo si allunga anche su quell'ospedale.

«Il problema non è l'agibilità - precisa Cialente - ma come è stato fatto. Non sarebbe crollato se fosse stato fatto come si doveva». Peccato che, a conti fatti, le due cose vadano a braccetto: senza una, l'altra non si ottiene. «Non è vero che ci sia stata una situazione diffusa di illegalità nelle costruzioni de L'Aquila» continua ossessivamente a ripetere il sindaco come una litania. Nel 1999 l'allora capo della Protezione Civile, Franco Barberi aveva fatto censire diverse zone ad alto rischio sismico, Abruzzo e L'Aquila comprese. Il panorama emerso era da brivido: oltre 550 edifici in muratura «di cattiva qualità» tutti a vulnerabilità «medio-alta» compresa la Prefettura, l'Università, l'Ospedale S. Salvatore. 120 strutture cittadine giudicate «in precario stato» e quasi un terzo delle abitazioni private ritenuto a rischio sismico alto. Comprese quelle costruite dopo il 1970 realizzate con «telai di calcestruzzo armato non tamponati o inconsistenti». Eppure per Cialente l'illegalità a L'Aquila non era diffusa, lui i controlli sugli uffici di competenza del Comune li faceva e punta il dito contro «gli altri» che - probabilmente - non l'hanno fatto.

«Prima si cominciano a fare questi controlli, prima si finisce e si è tutti più tranquilli. Se venissero fatte ora queste verifiche, sa quanti edifici sarebbero chiusi?». E sa quante vite si sarebbero risparmiate?
thought by guto | 23:46 | commenti
 
I morti "nascosti" de L'Aquila (sabato 11 aprile) - Potrebbe essere lo scandalo nello scandalo. Altro che terremoto preannunciato o costruzioni antisismiche costruite al risparmio. Se le notizie che si stanno diffondendo su Internet attraverso un tam-tam sempre più rumoroso fossero vere, sarebbe l'ennesima conferma del cinismo dell'essere umano. A L'Aquila e dintorni, infatti, potrebbero esserci 700 vittime scomparse nel nulla. Messe da parte, dimenticate o, peggio, nascoste.

Per quale motivo non è dato sapere, ma chi ne parla sembra esserne convinto. Sono due le tesi: abitanti clandestini della città che hanno trovato la morte in scantinati affittati abusivamente e che non avranno mai un parente che verserà una lacrima per loro, oppure un terribile e devastante disegno legato alla voglia di "centellinare" la comunicazione delle vittime reali. "I morti che non vi dicono". O ancora: "Cercano di coprire, fin quando è possibile, l'atrocità di quanto commesso". Sono questi i titoli dei due post incriminati che, se confermati, farebbero davvero accapponare la pelle.

A far scoppiare lo "scandalo" due internauti: Anna Pacifica Colasacco e Claudio Messora che sfruttando Internet denunciano come le vittime del terremoto siano di gran lunga superiori alle cifre ufficiali. Si parla di mille morti. Sul suo blog "miss Kappa", alias Anna Pacifica Colasacco anch'essa sfollata, denuncia - senza però fornire una spiegazione valida - che le vittime comunicate sono meno di un terzo di quelle reali: "I morti sono quasi mille" scrive in questo post. A fargli eco Claudio Messora autoinviatosi nelle zone disastrate, che sul videoblog Byblu denuncia una cosa che, se confermata, sarebbe gravissima: «Non posso dirvi quanti morti ancora siano tumulati insieme ai loro giacigli di fortuna, occupati abusivamente in abitazioni mai messe in sicurezza».

Messora registra la "confessione" di un operativo (senza l'apostrofo, Messora! sic) con mansioni di livello, coinvolto nelle operazioni di recupero vittime. Lo fa con il più classico dei mezzi: la telecamera nascosta carpendo una dichiarazione incredibile: il 90% delle abitazioni del centro storico de L'Aquila sarebbero state affittate abusivamente, trasformando gli scantinati da case di fortuna a tombe per i clandestini. Inutile dire che, in quel caso, nessuno andrebbe a "reclamare" il corpo dello sventurato irregolare. Né parenti, né tanto meno coloro che ci guadagnavano da questa situazione. Persone che da vive non esistevano e che resteranno nell'ombra anche da morte.

Nell'era di Internet è sempre più difficile controllare le fonti, valutare l'affidabilità di quello che si legge. Anni fa, qualcuno metteva in giro la voce, questa veniva raccolta da altri e si diffondeva rimanendo - però - confinata nel circondario. Con l'arrivo della Rete, tutto ciò è amplificato. Ti basta un sito a cui consegnare le tue impressioni, i tuoi pensieri, le tue notizie e tutto diventa immediato e potenzialmente di dominio mondiale. Così chi vuole fare il furbo cercando di nascondere questa o quella cosa può essere clamorosamente sbugiardato. Nessuno sfugge a questa pena del contrappasso del XXI secolo: abbiamo a disposizione un mezzo che ci permette di essere informati all'istante, ma che - al tempo stesso - può rivelarsi un boomerang quando qualcosa viene "dimenticato".

La Rete è un'arma a doppio taglio, lo dicevo. Può farti diventare "star" in un battere di ciglia, ma con la stessa velocità può ritorcersi contro chi la usa. In queste ultime ore, lentamente, si sta stabilizzando il numero delle vittime del terremoto che ha colpito L'Aquila e le zone vicine. 291 morti a cui vanno aggiunti alcuni feriti in pericolo di vita. O almeno questi sono i dati ufficiali. E se davvero non fosse così? E se veramente i morti fossero mille?

Fantascienza? Dichiarazioni scaturite dal clima di forte emozione? Semplice sciacallaggio mediatico per farsi un po' di pubblicità? Tutto può essere, anche semplice voglia di dire la verità. D'altronde questo terremoto è disseminato di mezze bugie. Un esempio lampante quello di qualche giorno fa quando i telegionali e i quotidiani di mezzo mondo aprivano le loro edizioni con l'infelice frase del premier Silvio Berlusoni che esortava gli sfollati a vivere l'accampamento come un week-end in tenda , il tutto mentre i canali informativi italiani preferivano glissare senza spendere mezzo secondo sulla clamorosa gaffe del nostro primo ministro, preferendo concentrandosi sui primi "turisti del dolore".

È vero, nei momenti di maggior crisi, bisogna essere anche in grado di sdrammatizzare o comunque di rassicurare chi si trova coinvolto suo malgrado nel dramma, ma è altrettanto vero che ci sono mille modi per poterlo fare. Berlusconi ha scelto quello sbagliato. L'errore più grande, però, è stato quello dei media italiani che hanno preferito tacere ed evitare di trasmettere le immagini e l'intervista pur avendone la possibilità.

Più penso a questo possibile scandalo dei morti nascosti, più mi viene in mente l'immagine di un corteo di protesta. Non è mai facile capire quanta gente abbia partecipato. Esistono sempre due pesi e due misure: quello degli organizzatori e quello della Questura. La verità - quasi sempre - non sta né da una né dall'altra parte. Possibile che questo possa accadere anche su una tragedia?

Auguriamoci di no e che questo terremoto non venga ricordato, anche, per i morti "scomparsi".
thought by guto | 23:45 | commenti
 
Un lungo silenzio (lunedì 9 febbraio) - Per scelta non ho scritto o espresso valutazioni sul caso di Eluana. Troppi e a sproposito l'hanno fatto. Era inutile aggiungere una voce in più al delirio mediatico, politico, sociale, ecclesiale che si è creato attorno a questa triste storia dove tutti si sono sentiti in diritto di esprimere idee e giudizi puntando il dito contro questa e quella scelta.

Una triste storia non solo per il suo epilogo, triste anche e soprattutto per lo sciacallaggio che si è scatenato attorno ad essa. Ancora una volta i nostri politici, i nostri preti, i nostri luminari, noi stessi, non abbiamo perso tempo a schierarci non tanto per arrivare davvero a una soluzione di un problema che da tempo doveva essere affrontato, ma per creare ancora più confusione su una situazione eticamente molto complessa. E adesso che la "causa" scatenante di questo delirio non c'è più, nessuno deve permettersi di trarre biecamente vantaggio dalla morte. Ora è davvero giunto il momento di dimenticare tutto, di lasciar perdere i propri fondamentalismi e chiedersi se - davvero - tutto quello che si è fatto è stato abbastanza. Personalmente credo di no.

Solo nell'ultimo periodo si è scatenato un vergognoso bailamme attorno al caso Eluana. Un Parlamento vero, una Chiesa vera, una Società vera, non dovrebbero permettere un caso Eluana. Non si deve permettere che sul corpo di una persona in stato vegetativo, in senso stretto o meno che sia, si possa accanire non solo la malattia, ma anche e soprattutto lo sciacallaggio di chi, per dimostrare di avere la verità in tasca, cerca di imporre la propria idea. Il delirio di onnipotenza ha spinto ad affermare di essere in grado di fare una legge in tre giorni, dopo che per anni non si era trovato un accordo. Semplicemente ridicolo perché o negli anni non si è mai affrontanto con il giusto spirito il problema oppure perché sarebbe stata l'ennesima dimostrazione dell'assoluta incapacità di valutare le cose.

Tutti abbiamo una colpa: la società civile che, pur con la piena facoltà di dividersi tra chi appoggiava o meno la richiesta di papà Englaro, ha avuto la capacità di usare e sfruttare il nome di Eluana strumentalizzandolo a proprio vantaggio; la Chiesa che - perseguendo e radicalizzando il proprio ruolo in maniera estremista - ha cercato di sfruttare ancora una volta il proprio peso politico, e sottolineo politico, all'interno di uno Stato che, solo quando fa comodo, si professa totalmente laico; la politica in senso stretto che, ancora una volta, è arrivata in ritardo interessandosi solo in questi ultimi momenti, in colpevole ritardo, di un problema reale, un problema che però non può e non deve essere risolto solamente per decreto o per legge, ma che deve essere risolto lasciando a ognuno la facoltà di scegliere, utilizzando quel libero arbitrio che anche il Signore ci ha concesso.

Se Eluana è stata ammazzata, lo è stata a causa del colpevole ritardo dei politici di ogni schieramento o ideale, incapaci di affrontare con determinazione, coraggio, onestà intellettuale e volontà la situazione. Un ritardo che ha solamente permesso ad una donna di incamminarsi verso il suo ultimo viaggio accompagnata dalla cecità di gente incapace di rispettare le scelte altrui con l'unico scopo di imporre la propria idea.
thought by guto | 23:44 | commenti


giovedì, 16 ottobre 2008
 
L'ultima foto di Haider (fonte Corsera)Haider, sobrio da morire - Come nelle migliori tradizioni dei personaggi più amati o più controversi, anche la morte di Jörg Haider rimarrà avvolta in quella classica lieve nebbiolina che si alza quando un incidente può diventare spettacolo, pettegolezzo o, addirittura, spy-story. Un po' come è successo con Lady Diana e Dodi, anche sullo schianto poco fuori Klagenfurt, aleggia la stessa tenue, ma significativa, foschia.

Quando Haider sale sulla Volkswagen Phaeton che lo deve condurre verso la tenuta di famiglia, non c'è il tunnel dell'Alma ad attenderlo, ma un tranquillo rettilineo che attraversa Lambichl. Non ci sono i paparazzi ad inseguirlo, Haider non deve nascondersi, anzi fino a quel momento li ha quasi sempre sfruttati. Ne ha appena salutato uno, uno di quelli che in Italia chiameremmo della "Dolce Vita", uno che insegue le star non dentro la Fontana di Trevi, ma lungo le Straßen più rinomate di Vienna. Era con lui a Velden, la città del lago e del casinò, una piccola Las Vegas made in Austria, dove le uniche cose che sei sicuro di trovare sono il divertimento, la spensieratezza e i giovani. Tanti giovani.

Ad Haider piaceva la "movida". Più di qualche volta si era lasciato immortalare mentre si divertiva insieme ai ragazzi, mentre lui stesso faceva il ragazzo. Lui che a 58 anni, giovane non lo era più. Ogni occasione era quella giusta per farsi ritrarre mentre si divertiva, spensierato. Era il suo modo di dimostrare che alle difficoltà si poteva e si doveva controbattere, che nulla avrebbe potuto spegnere il suo sorriso che immancabilmente veniva impresso su ogni singolo click dei fotografi.

Molto spesso era stato accusato di eccedere, ma lui non si preoccupava. Era abituato. Sia alle accuse, sia all'essere sopra le righe. In politica, come nella vita e soprattutto durante la notte. I suoi detrattori esultarono quando il quotidiano austriaco "Der Standard" pubblicò alcune imbarazzanti immagini del governatore della Carinzia in atteggiamenti decisamente intimi con degli adolescenti di sesso maschile in una discoteca a Spittal an der Drau. Ma lui non si scompose anche perché il suo partito riuscì a trarne vantaggio: ad Haider piace stare in mezzo alla gente senza distinzione di sesso, dissero. E non si preoccupò più di tanto neppure quando un fotografo lo ritrasse completamente ubriaco ad un "99 cent Party", ovvero una festa dove si beve tanto a 99 centesimi. Nella foto con lui molti giovani, alcuni anche minorenni. Scatti che avrebbero potuto minare la campagna campagna anti alcool ai minorenni voluta dal Bzoe, il partito creato proprio dal governatore della Carinzia dopo aver lasciato il Fpoe. Ma tutto si sgonfiò prima di diventare un vero e proprio caso.

Ma la sera di venerdì no. L'alcool non c'entra. Haider non ha toccato neppure un bicchiere di acqua minerale. Lo attende sua mamma novantenne scesa in Carinzia dall'Alta Austria per festeggiare il suo compleanno in famiglia. Haider, quando sale sulla sua auto, è sobrio e lucido. È il re del pettegolezzo, Egon Rutter, a raccontarlo. Lui e Jörg sono amici: «Passava da tavolo in tavolo, salutava tutti», racconta. Alcool? «Neppure un goccio, neanche un'acqua minerale» assicura. L'ultima foto di Haider vivo la scatta proprio il re dei paparazzi austriaci: Jörg è sul divano d'una discoteca, a suo agio con una ballerina coperta di piume rosa shocking. L'ennesima foto che mostra Haider rilassato e divertito. Poi, verso l'una, il Governatore si alza, chiude i bottoni della camicia e della ghiacchetta di pelle, saluta tutti e se ne va. Lo aspetta la mamma novantenne per la festa di compleanno.

Il piede è pesante, la macchina corre. Il doppio rispetto a quello che avrebbe potuto. Lui, uomo di destra ligio alle regole, spesso si "distrae" e fà l'esatto contrario di quello che predica. Va a 140 chilometri all'ora invece di 70. L'avesse fermato la Polizei nessuno avrebbe avuto il coraggio di dirgli nulla. Magari un sorriso, una pacca sulla spalla e tutto si sarebbe concluso lì.

Quando sul posto arrivano i soccorritori la Phaeton è messa di traverso in mezzo alla strada. Cartelli stradali, siepi, tabelle della via, muretto di cemento. Non è rimasto più nulla. Solo la tetra carcassa di quella auto in mezzo alla strada. Non è rimasto più nulla neppure della vita di Haider, lui che vissuto sempre sul filo del rasoio.

La nebbiolina inizia ad avvolgere quella morte, alcuni cercano di insinuare lo spettro del complotto. Haider, il giorno prima, aveva preso parte a una manifestazione pubblica dove aveva criticato aspramente la minoranza slovena in Carinzia. Lui che non aveva mai digerito l'immigrazione dal piccolo Paese straniero e che aveva sempre cercato di proibire i cartelli bilingue nella zona di confine. Ecco. Sono loro i colpevoli. Gli sloveni che hanno voluto togliere di mezzo un loro acerrimo "nemico. Un fuoco di paglia, tutto si placa.

La Polizei si affretta a smentire la tesi dell'omicidio. Si è trattato di un normale incidente stradale. Ma di normale non c'è nulla, compreso il fatto che fosse Haider alla guida e non il suo fidato autista. La nebbiolina non si è diradata, anzi, è aumentata ed è ancora più fitta. «Il governatore aveva un tasso di 1,8 grammi nel sangue al momento dell'incidente» è la confessione choc di Stefan Petzner il successore di Haider alla testa del Bzo. In pratica Haider era ubriaco marcio.

Ma come? Il re dei paparazzi, Rutter, aveva giurato che Haider non aveva bevuto neppure una goccia di acqua minerale.

La nebbia continua a salire e con lei qualcosa che puzza. E non è detto che puzzi solo di vino.
thought by guto | 00:20 | commenti (5)


venerdì, 15 agosto 2008
 
Caccia al giornalista - Mai titolo fu più azzeccato. Lo raccontano sia Corsera che Repubblica, ma è proprio il giornale di Roma che in poche parole da l'idea di quello che sta accadendo in queste ore tra Georgia e Russia.

No, non è un errore di particella tra "il" e "al", è proprio partita la caccia a colui che fa comunicazione, colui che per scelta ha deciso di raccontare quello che accade nel mondo, colui che può diventare più nemico del soldato avversario, colui che - sempre e comunque - è scomodo.

Certo ci sono i morti civili, le truppe che - cessate il fuoco a parte - si affrontano, le case distrutte. Ma ora c'è anche un nuovo obiettivo: il giornalista.

Raccontare la verità, o parte di essa a seconda del punto in cui ti trovi, è la vocazione di coloro che - come me - cercano di fare al meglio il loro lavoro. Non sempre è facile, non sempre è possibile, ma in situazioni come quelle del conflitto tra Georgia e Russia diventa anche tremendamente rischioso. Colleghi colpiti da proiettili vaganti, presi di mira deliberatamente con la macchina crivellata di colpi nonostante il grido "press! press!", oppure fermati ai posti di blocco e trattatati come i peggiori delinquenti: fare il giornalista non sempre è facile.

Di solito, a questo punto, arriva sempre il fenomeno che ti dice "ma nessuno ti ha detto di farlo", vero. Come nessuno obbliga mai a fare i muratori, gli autisti, i rappresentanti delle forze dell'ordine, i politici, gli impiegati o i generali. Nessuno è mai costretto a fare nulla, ognuno sceglie il proprio lavoro per - si spera - passione e sa a cosa può andare incontro, magari pensando a volte "ma chi me lo fa fare".

Eppure vedere scene come quelle che ci mostra il sito di Repubblica non possono e non devono lasciare indifferenti.
thought by guto | 19:34 | commenti (2)


giovedì, 14 agosto 2008
 
La ex voce della libertà - Da sempre, fin dalla sua nascita, è stato sbandierato come il luogo dove tutti avrebbero potuto dire e mostrare quello che volevano. In realtà è evidente come questa fosse una semplice, carina, simpatica favola.

Internet non è la libertà, non lo è mai stato e non lo sarà mai. Certo è difficile da controllare, ma non impossibile e cadere nelle fauci della censura è più semplice di quello che si immagina. I primi a mettere il bavaglio sono i Governi e, si badi bene, non solo quelli asiatici o filo comunisti.

Un esempio su tutti: il p2p osteggiato in tutti i modi senza una vera regolamentazione che faccia, una volta per tutte, chiarezza su cosa si può e cosa non si può fare. Così se i siti vengono chiusi, non sempre i suoi utilizzatori vengono puniti. "Uso personale del file" che però non si potrebbe scaricare. Sarebbe come se si accettasse l'uso personale degli oggetti rubati, ma non il fatto che si possano rubare.

Poi, e in questi giorni abbiamo la prova evidente, ci sono quei Governi che censurano tutto quello che succede ma non si può vedere. Esempio lampante le Olimpiadi e quell'Eden del www che è il villaggio olimpico. Peccato che qualche metro fuori, neppure il sito della pericolosissima BBC possa essere raggiunto.

Ma non è solo la Cina a fare censura. È di pochissimo tempo fa la notizia dell'oscuramento di un blog, regolarmente aperto, di un assistente di volo dell'Alitalia. Di quale gravissima colpa si è macchiato questo internauta? Quella di raccontare i piccoli e grandi disservizi con cui si imbattono coloro che, per volare, scelgono la compagnia di bandiera italiana.

In poche ore è riuscito a salire agli onori della cronaca (il primo a parlarne è stato Repubblica.it subito seguito da altri giornali e telegiornali) salvo poi essere oscurato dal gestore dello spazio. Il blog di AviatoreAZ, non appena raggiunta la popolarità, è stato bloccato. Un po' come si fa con chi, prima viene lasciato parlare e poi - non appena raggiunto un certo numero di "discepoli" - viene messo a tacere.

Internet doveva essere il simbolo della libertà, è diventato il luogo dei carbonari del XXI secolo, liberi di parlare fino a quando nessuno li ascolta.
thought by guto | 16:20 | commenti